twitter flickr

Non nel mio cortile…

NIMBY. Not In My Back Yard. Un simpatico acronimo che sta ad indicare tutti quei fenomeni di opposizione alla costruzione di nuove opere di interesse pubblico motivati dalla paura dei possibili effetti negativi sul proprio territorio. Si tratta di un tema a mio parere molto interessante, e vorrei proporre qualche riflessione in merito.

Leggevo l’altro giorno il quinto rapporto del NIMBY Forum, un osservatorio gestito dall’associazione Aris che dal 2004 si occupa di monitorare a livello nazionale l’evoluzione di questo fenomeno. Visto che il rapporto finale non è disponibile a tutti, riporto per curiosità qualche dato, sperando di non annoiarvi.

Nel 2009 sono stati censiti in Italia 283 impianti che hanno trovato opposizione da parte dei territori interessati. Di questi 36 vengono contestati ormai da più di 5 anni, in quanto già comparivano nella prima edizione del rapporto. Il 56.% dei progetti ricade nel settore “comparto elettrico” (ovvero impianti per la produzione di energia), il 34% nel settore “rifiuti” (termovalorizzatori, impianti di compostaggio ecc…), il rimanente 10 % riguarda infrastrutture ed altre opere. In crescita l’opposizione verso impianti a energia rinnovabile, come biomasse, eolico, e per la prima volta nel 2009 un impianto fotovoltaico. Oltre il 50% delle contestazioni è rilevato nelle regioni del nord (in testa Veneto e Lombardia), dove ovviamente è anche maggiore il numero di progetti in ballo. Un altro dato interessante riguarda la crescente “politicizzazione” di questo fenomeno: sempre più spesso l’opposizione ai progetti coinvolge non solo i singoli cittadini ma anche le amministrazioni pubbliche (ed ecco che si son inventati un altro acronimo, NIMTO = Not In My Term of Office, non durante il mio mandato). Man mano che dalla dimensione locale (il Comune) si passa ad una dimensione più ampia, portatrice di interessi più diffusi (la Regione), l’intensità dell’opposizione diminuisce. Tra le amministrazioni comunali coinvolte dai progetti contestati, il 68% esprime parere contrario (l’opposizione è addirittura maggiore – 86% – per i comuni limitrofi non direttamente coinvolti), mentre risalendo a livello provinciale e regionale si scende rispettivamente ad un 37% e 25% di opposizione. Tale contrarietà non ha colore politico: le amministrazioni comunali contrarie si spartiscono tra 20% Centrodestra, 21% centrosinistra e 59% liste civiche. In ordine di importanza le motivazioni dell’opposizione sono le seguenti: impatto sull’ambiente, carenze procedurali/di coinvolgimento, effetti sulla qualità della vita e sulla salute, inquinamento, interessi economici/illeciti, motivazioni estetiche, mancanza di sostenibilità economica.

Al di la dei forse noiosi dati, il quadro generale che emerge da questo rapporto è quello di un’Italia immobile.

E grazie, si sapeva già che le cose non andavano a gonfie vele dalle nostre parti… Chi ci governa dovrebbe però interrogarsi sulle motivazioni di questo diffuso sentimento di opposizione a qualsiasi cosa. Quali sono le vere ragioni di questo fenomeno? Quale immenso pericolo o danno ambientale potrà mai rappresentare un impianto eolico?

Personalmente ritengo che buona parte delle nostra opposizione sia motivata dalla sensazione, che sempre si ha in questo Paese, che le decisioni siano già state prese dall’alto, senza il minimo coinvolgimento diretto dei cittadini, e la paura, ben motivata peraltro, che dietro al progetto ci siano interessi loschi, speculazioni, illeciti amministrativi ed ambientali. Per combattere questo fenomeno ritengo sia essenziale riscoprire la PARTECIPAZIONE. E’ necessario che le amministrazioni coinvolgano la cittadinanza fin dall’inizio dei processi decisionali. Una cittadinanza coinvolta in prima persona, informata delle motivazioni che stanno alla base delle possibili alternative, consapevole degli interessi in gioco, sarà sicuramente meglio disposta ad assumersi anche alcuni rischi, che spesso sono inevitabili.

Per concludere, stiamo anche attenti a bollare qualsiasi fenomeno di opposizione come NIMBY. Possiamo parlare di NIMBY solo quando un progetto è contestato non tanto nel merito, quanto nel fatto che lo si vorrebbe da un’altra parte, lontano dal proprio cortile. Ci sono infatti contestatori che sono di per sé d’accordo con il ritorno al nucleare, con la necessità della continua crescita e costruzione di nuove infrastrutture, si sentono soddisfatti del loro modello di sviluppo e non rinuncerebbero per nulla al mondo al loro attuale stile di vita. Le stesse amministrazioni ragionano spesso su orizzonti temporali di una legislatura: ora sono in carica io, non voglio rogne, questa scelta fatela nella prossima legislatura… A costoro occorre forse ricordare che “mal che si vuole non duole”, ovvero non possiamo pensare di poter continuare con questa modalità di crescita senza volerne accettare le conseguenze sul proprio territorio, scaricando sempre gli impatti in casa d’altri.

Dall’altro lato ci sono coloro i quali sono in disaccordo con le scelte strategiche che stanno alla base dei singoli progetti, che contestano il modello di sviluppo scelto e che sono ben disposti a modificare il loro stile di vita verso una maggiore sostenibilità. In questo caso non credo si possa parlare di NIMBY.

Ricordiamoci però che anche le non-scelte comportano dei rischi! E’ bene quindi darsi alla contestazione portando sempre avanti proposte alternative!


Michele

  • Share/Bookmark

Leave a Reply

 

 

 

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>